#EXPOiocero

Milano ha scritto la storia e si è ripresa la sua scena nel mondo. Vi è molta malinconia nello scrivere il ‘primo’ bilancio di cosa è stato ‘Expo 2015’, malinconia perché nell’attesa e nel corso dell’evento si è quasi creato un legame affettivo con un qualcosa che ha cambiato radicalmente la percezione di Milano e, speriamo, la discussione su un’alimentazione più sostenibile per il mondo. Ci sono milioni di immagini che potrebbero riassumere questi lunghi sei mesi di Expo, vogliamo proporvene qualcuno, giusto per iniziare a preservare nella memoria che alle volte l’impossibile non solo è possibile, ma anche molto bello. Non possiamo partire che dall’alimentazione, tema cardine di questa Esposizione Universale, sebbene non tutti i Padiglioni l’abbiano declinata in maniera evidentissima, per gli otre 21 milioni e mezzo di visitatori forse qualcosa è cambiato: si può fare scelte di coltivazioni e allevamento più sostenibili, si può ‘guardare i volti degli ultimi’ (come indicato da Papa Francesco e come ricordato molto spesso dall’Edicola Caritas di Expo), si può mangiare bene (e le cucine di tutto il mondo riunite a Milano ce lo hanno fatto assaggiare), si può riunire le religioni intorno a un tavolo per dare il giusto valore alle cose. Un altro elemento che rimarrà è la riscoperta della pazienza: stare in fila, anche per ore, senza lamentarsi è quasi una pratica ‘zen’ che nella vita quotidiana nessuno fa. Eppure l’attesa aumenta la curiosità, lascia il tempo alla riflessione e a conoscersi, a scambiare due parole con il vicino appena incontrato, ad osservare. Vi è poi l’orgoglio, di tutti. Milano ha ripreso un ruolo che mancava da decenni, vedere l’Albero della Vita splendere la sera ci ha dato un brivido per dire: “ma quanto siamo bravi!”, e lo siamo davvero. Abbiamo ‘vissuto’ un luogo in cui la pulizia era costante (e nessuno sporcava in giro), il riciclaggio efficace, il WiFi libero e veloce per tutti, fantascienza se paragonato alla burocrazia e all’egoismo quotidiano. Ma non solo: Expo è stato davvero a misura di famiglie e ragazzi (come spesso Giuseppe Sala amava dire a proposito delle scuole ‘la generazione Expo’): si perché le corsie preferenziali per chi aveva figli è stata un’occasione di non ‘lasciarli’ a casa, ma portarli a condividere il mondo; perché istallazioni e presentazioni multimediali, divertenti ed ad effetto permettono di comunicare anche coi ragazzi; perché musica, colori, sapori riportano le famiglie intorno a un tavolo.   Il milanese Giuseppe Sala, Commissario Unico di Expo, in attesa che venga strattonato dalla politica è un simbolo per tutti: ‘meneghino doc’, uomo del fare, del fare bene, ma anche dalla grande umanità e attenzione, ha guidato non da direttore all’italiana ma da vero manager americano una macchina complessissima portandola oltre al traguardo. Ora, il ‘valore’ di Expo deve rimanere, deve continuare a far raccontare e a farci dire con orgoglio: #Expoiocero

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